L’autore denuncia l’ipocrisia sociale: si tollera che madri sovraespongano i figli sui social ma si puniscono genitori che scelgono stili di vita alternativi, come vivere nei boschi.
Sostiene che la continua esposizione dei bambini online generi un “falso sé”, favorendo narcisismo, perdita di autenticità e vulnerabilità agli abusi.
Critica l’inattività di adulti, scuole e istituzioni di fronte alla sessualizzazione precoce e ai rischi dei social.
Accusa la società di punire chi tutela l’infanzia e premiare chi la mercifica.
Vede in questi casi il segno di una crisi collettiva della psiche e della coscienza umana.
Conclude affermando che esiste già una comunità consapevole che non può essere soffocata.
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