Fusaro spiega che “smart” è una parola chiave della neolingua contemporanea, usata per rendere accettabili e desiderabili realtà oppressive.
Termini come smart city o smart system mascherano modelli di controllo, sorveglianza e tracciamento presentati come benefici.
È una vernice linguistica che rende “cool” un totalitarismo che non opprime i corpi, ma disciplina le menti.
Il dominio più efficace è quello che passa dalla cultura e dal linguaggio, come avevano già intuito Pasolini e Gramsci.
Le parole orientano il pensiero e dirigono l’intelligenza verso l’accettazione.
Per questo bisogna diffidare della parola “smart”: serve a legittimare la manipolazione.
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